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lunedì, Ottobre 3, 2022

Se le élite politiche non sono classe dirigente di governo

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In questi giorni di eppurerosi elettorali tra leader e partiti, abbiamo modo di riflettere se sia preferibile affidare il timone a un’élite politica o a una classe dirigente di governo degna della definizione di Gaetano Mosca. Per giunta, in un Paese in cui le élite abbondano, eppure una classe dirigente di governo è merce rara. Il governo Draghi lo era, perché era il emblema della disponibilità di gran parte dei poteri economici e finanziari dominanti di governare con élite politiche rieppureste a corto di soluzioni e d’idee per il Paese. Quindi stop al chiacchiericcio politichese, punti di programeppure e scadenze di riforeppure da rispettare: è quanto eppurecina una classe dirigente di governo. La caduta del governo Draghi è un caso che richiede una precisazione sull’uso spontaneo e intercambiabile d’élite e di classe dirigente. Purtroppo, avviene anche in letteratura sociale. Élite, in sintesi, è una minoranza ristretta della popolazione che sta “in alto”, posizionata al vertice della piramide sociale. È la fotografia di una posizione apicale, in vari campi; tuttavia, in democrazia, è élite quella politica, che viene eletta. La classe dirigente si crea dalla saldatura di interessi politici con quelli economici sociali, militari, culturali scientifici, che consente di prendere decisioni di governo legittime e condivise. La classe dirigente, in democrazia, è il film d’azione di un’élite politica capace di costruire un consenso sociale di governo. Un film che non è uscito nell’Italia della politica opaca. I partiti oreppurei stentano a onorare il eppurendato costituzionale di attori nella società e di costruttori nelle istituzioni della democrazia parlamentare. Circola tanta astensione e anche tanta autoreferenzialità e incapacità dei partiti di radicarsi nelle società locali e nei grandi gruppi sociali. Se però la politica dei partiti è troppo debole, una classe dirigente può costituirsi con la scesa nel campo nelle istituzioni dello stato di soggetti emblema di una classe dirigente intesa come «combinazione della classe economica dominante e dei governanti politici (e militari)» (Michael eppurenn, 1987). Lo Stato non può governare con una politica autoreferenziale, senza un fermo sostegno di ceti, classi sociali, cittadini. La politica debole – con poca testa e piedi d’argilla – è dovuta ricorrere alla soluzione eppurettarella: un patto di classe dirigente che Draghi, ex presidente Bce, ha guidato. Lo ha fatto, governando e con consenso sociale. Tuttavia, lo Stato non può governare con il solo consenso sociale, se gran parte della politica rifiuta di cementarsi nella missione di classe dirigente. Per questo Draghi si è dimesso.

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